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Alzheimer: la ricerca si concentra sui marker biologici

By giugno 13, 2018Alzheimer
ricerca Alzheimer

Nonostante le persone affette da malattie neuro degenerative nel mondo siano destinate a crescere, la ricerca è allo stallo. I pochi e scarsi risultati ottenuti negli ultimi anni hanno portato molte grandi aziende ad abbandonare gli studi. Ma per una malattia di cui si sa ancora poco, investire è l’unico modo per arrivare a diagnosi precoci e precise.

Un milione affetti da forme di demenza e 600 mila malati di Alzheimer, per un totale di 3 milioni di persone (compresi i caregiver) colpite e coinvolte nella cura dalle malattie neuro degenerative in Italia. Numeri grossi e destinati a diventarlo ancora di più con il progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo il World Alzheimer Report 2017, infatti, entro il 2050 i malati di Alzheimer nel mondo passeranno da 50 a 130 milioni.

Ricerca allo stallo
Eppure da 15 anni non ci sono progressi nella ricerca e nello sviluppo di nuovi farmaci anti demenza, anzi in 10 anni – tra il 2002 e il 2012 – il 99,6% delle sperimentazioni sono fallite. Le terapie disponibili oggi si limitano a cercare di ridurre i sintomi. E comunque non sono efficaci su tutti i malati.

Ecco spiegato, in parte, l’abbandono di grandi aziende farmaceutiche nella ricerca su queste malattie. A gennaio di quest’anno avevano fatto notizia prima il caso Lundbeck e poi quello Pfizer che aveva abbandonato la ricerca sulle patologie neuro degenerative dirottando gli investimenti in aree in cui l’ottenimento di risultati era più sicuro.

Diagnosi e consapevolezza
Nonostante notizie come queste siano scoraggianti, la ricerca va avanti, seppure lentamente. Non esistono terapie risolutive, ma medici e ricercatori stanno lavorando a farmaci in grado di rallentare o bloccare i sintomi della malattia e che possano sempre più aiutare la diagnosi precoce.

Intanto l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) ha adottato, lo scorso anno, il Piano Globale di Azione sulla Risposta di Salute Pubblica alla Demenza 2017 – 2025 che invita i governi a impegnarsi a una maggiore consapevolezza su demenza, riduzione del rischio, diagnosi, assistenza, supporto ai familiari e ricerca. E nel settore farmaceutico alcune aziende stanno portando avanti delle sperimentazioni i cui primi risultati arriveranno entro il 2023.

Ma che tipo di ricerca si sta facendo?
Le ricerche più promettenti riguardano nuove possibili tecniche di biologia molecolare con le quali si potrebbero avere diagnosi precoci. L’Alzheimer è infatti una malattia che ha un processo molto lento di sviluppo: i sintomi visibili sono la punta dell’iceberg dei cambiamenti cerebrali che avvengono nel cervello della persona malata a partire fino da 20 anni prima.

È evidente che senza diagnosi e senza sapere perché avvengono questi cambiamenti (perché si accumulano alcune proteine come la beta-amiloide e la tau? E queste sono la causa all’origine della malattia o una loro conseguenza?) l’approccio farmacologico è vago e sintomatico. Ecco perché il futuro della ricerca si sta concentrando su tecniche che permettano di individuare le anomalie prima che siano irreversibili.

Il ruolo dei marcatori
I marker biologici sono indicatori misurabili di uno stato o di una condizione biologica del corpo umano. Riuscire a rilevare nel sangue, nel fluido spinale o attraverso la tecnica del neuroimaging, anomalie potrebbe cambiare il modo di diagnosticare la malattia. Ma non solo i marker biologici sono importanti anche nell’individuazione di nuovi trattamenti e per testare l’efficacia di nuove terapie.

Se c’è chi abbandona la ricerca temendo di perdere i soldi investiti, c’è chi invece prosegue. A piccoli passi, ma con speranza.

 

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