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Alzheimer: intervista al professore Marco Trabucchi, Direttore Scientifico del gruppo di ricerca geriatrica di Brescia

By Dicembre 13, 2019Alzheimer

In occasione della proiezione del film Ho sposato mia madre a Brescia, abbiamo incontrato il professore Marco Trabucchi che ha risposto alle domande più frequenti sull’Alzheimer

 

Cos’è l’Alzheimer?
La malattia di Alzheimer è una condizione che colpisce prevalentemente gli anziani, ma non solo, ed è caratterizzata da perdita della memoria, della capacità progettuale, difficoltà di rapporto con gli altri fino all’incomprensione. Finisce con una condizione di rottura con l’ambiente, spesso con il paziente a letto.

Quali sono le caratteristiche dell’Alzheimer?
L’Alzheimer, nella maggior parte dei casi, non è una malattia ereditaria. La quantità di pazienti affetti dalla demenza è in aumento perché è aumenta l’invecchiamento della popolazione e più colpite sono le donne. La demenza senile colpisce prevalentemente gli anziani. Esistono delle forme chiamate “presenili” ma sono molto rare.

Qual è la causa che scatena l’Alzheimer?
Certamente le persone più a rischio di demenza sono gli anziani, ma non si conosce ancora la causa della malattia di Alzheimer, se non genericamente un aumento di una sostanza che si chiama betamiloide nel cervello, aumento che però è ancora molto discusso. Purtroppo, poi, non esiste un test valido per scoprire se si è affetti da demenza, anche se è possibile una diagnosi precoce sul piano clinico, attraverso l’osservazione clinica, la raccolta della storia del paziente e anche attraverso alcune indagini di imaging, che permettono di vedere la presenza di sostanze specifiche all’interno del cervello.

Come evolve la demenza? E quali sono i sintomi?
La demenza evolve nel giro di alcuni anni, che possono andare da tre a dieci o anche di più, con una progressiva perdita di contatto dell’individuo con il suo ambiente, con la perdita della memoria e quindi con la riduzione stessa dello spazio vitale, fino alla condizione di allettamento. Esistono dei sintomi iniziali che possono essere di due tipi: la perdita di memoria, che diventa rilevante sul piano dell’autonomia personale e un cambiamento inatteso e inaspettato delle abitudini di vita.

Esistono delle differenze tra sintomi del normale invecchiamento e sintomi dell’Alzheimer?
L’invecchiamento non comporta l’agnosia (ossia l’incapacità di identificare correttamente gli stimoli, di riconoscere le persone, gli oggetti e i luoghi), né la perdita di memoria o l’allontanamento dalle condizioni normali di vita.

È vero che la depressione può favorire l’insorgenza della malattia?
La depressione più delle volte riteniamo sia una conseguenza della comparsa della malattia.

Come si può prevenire l’Alzheimer?
Non esiste la prevenzione. Per adesso ancora purtroppo non esiste un farmaco in grado di curare o fermare il progresso della malattia. La cura è adottare criteri di vita salubri svolgendo attività fisica, avendo stimoli intellettuali, seguendo una dieta appropriata e curando le malattie.

Cosa sono le terapie non farmacologiche?
Le terapie non farmacologiche servono per ridurre i disturbi comportamentali, per rendere le persone malate più serene, non curano la demenza.

Perché, molto spesso, le persone affette da Alzheimer hanno un atteggiamento aggressivo?
Nessuno dei cosiddetti disturbi comportamentali, quale è anche l’aggressività, ha una spiegazione biologica – almeno per ora – però sappiamo molto bene che quando l’ambiente e chi si cura del malato non è tollerante, provoca una risposta aggressiva in lui. Le persone malate di Alzheimer perdono la capacità di riconoscere i volti, gli ambienti, di sentirsi legati a quello che hanno fatto poco prima. Tra tutti questi l’incapacità di riconoscimento del volto è una delle espressioni più drammatiche della malattia per chi gli sta vicino.

Un altro disturbo comune è il vagabondaggio. Da cosa dipende?
Noi non sappiamo esattamente cosa sia il vagabondaggio chiamato in termine tecnico wandering, quel che vediamo nei malati è il desiderio di essere altrove. I pazienti ripetono frasi come: “Andiamo a casa”, “Dov’è la mamma?”. Ecco, una persona anziana che implora e cerca la mamma manifesta un desiderio di seguire dei propri contenuti endogeni che noi non siamo in grado di riconoscere.

Come si può tranquillizzare un malato di Alzheimer?
Con le carezze, dimostrando amore, usando parole tenere, con la vicinanza, il contatto fisico. Sono tutti comportamenti che hanno una notevolissima efficacia; l’aggressività, il negare la realtà, l’alzare la voce, non guardarlo in faccia sono invece atteggiamenti che provocano tensione e che peggiorano la situazione critica.

Qual è il ruolo del familiare che accudisce?
Un familiare che accudisce un malato è una persona “santa” si potrebbe dire, uso questa parola davvero per indicare una santità laica, che diventa importantissima se vogliamo tenere la persona a casa.

Come si comunica con un malato di Alzheimer?
Fondamentale è la comunicazione non verbale, quella fatta con il corpo, con i gesti. Bisogna, accarezzare, usare termini e atteggiamento affettuosi, dimostrando l’amore che si prova.

È pericoloso tenere a casa una persona malata di Alzheimer?
Si deve cercare di tenere il paziente il più possibile a casa fino a quando le circostanze lo permettano. Quando il caregiver principale non ce la fa più, è stanco, piange, si addolora, rischia di ammalarsi, allora è il tempo forse di provvedere. La casa di riposo è una risposta molto spesso valida, soprattutto quando è in grado di offrire un ambiente protetto, accurato, dolce, dove la regola non sia l’imposizione ma l’accompagnamento.

Qual è il consiglio che dà alle famiglie?
Dico di sentirsi orgogliosi di essere in grado oggi, in questa società difficile, spigolosa e poco attenta alle persone che soffrono, di esercitare un lavoro difficilissimo mantenendo i vostri cari nei loro ambienti, garantendogli una buona vita.

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