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Alzheimer e linguaggio: le parole giuste da usare

By Gennaio 29, 2021Alzheimer
Alzheimer e linguaggio

Chiamare le cose con il giusto nome, soprattutto quando si tratta della salute delle persone, è il primo passo per dare dignità ai malati e a chi se ne prende cura. Ecco perché, per spezzare l’indifferenza intorno alla malattia di Alzheimer e alle altre forme di demenza è importante utilizzare un linguaggio corretto e adeguato.

 

“Le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti in una celebre scena di Palombella Rossa, e ancora di più le parole hanno il potere curativo o viceversa possono ferire. A volte anche non intenzionalmente, ma se usate in maniera inappropriata le parole possono risultare offensive. Quando si parla di demenza il rischio è molto alto e possono avere un impatto non solo sui nostri malati, ma anche all’interno della comunità e della società.

Spetta a noi, che abbiamo a che fare con persone malate di Alzheimer o già attenti alla tematica, cercare di diffondere l’utilizzo di un linguaggio appropriato quando si parla di demenza.

Il linguaggio che usiamo per parlare della demenza condiziona il giudizio  sulle persone che ne sono affette e come vivono la loro condizione. Più saremo precisi e accurati, meglio sarà per i nostri cari. Quindi innanzitutto sono da evitare sempre parole o frasi che facciano intendere che la demenza è una condizione che rende la vita inutile di essere vissuta, come anche dovremmo dimenticare stereotipi e ogni parola che riferisce alla demenza con un’accezione negativa.

Come abbiamo già spiegato in un altro articolo, demenza non è una cosa sola, ma è un termine generale che raggruppa diverse condizioni mediche specifiche, incluso l’Alzheimer. Quindi, come prima cosa, dovremmo fare attenzione a non generalizzare, utilizzando formule come “una forma di demenza” o “un tipo di demenza”. Da evitare invece “demenza senile” perché è un termine superato che si usava quando si pensava che la perdita di memoria o altri problemi cognitivi fossero parte del normale invecchiamento e non di specifiche patologie cerebrali.

Anche quando parliamo nello specifico di una persona, che sia un nostro caro o meno dovremmo evitare di parlare in maniera generica o usare termini quale “vittima” innanzitutto perché prima della demenza c’è sempre la persona e soprattutto perché nonostante la condizione, ogni malato rimane una persona con il suo vissuto, con i suoi bisogni, le sue esigenze e le sue preferenze.

In generale, infine, sono da evitare tutte quelle parole che possano creare una distanza con la persona affetta da una forma di demenza e anche da chi se ne prende cura, cercando di dare sostegno anche con le parole, anziché infliggere ulteriore dolore.

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